Tracce 2-5
Hybla fu fondata all’incirca 3500 anni fa, il nome deriva probabilmente da Hibla, dea dell’amore. Non a caso pare che i nostri antenati fossero gente laboriosa, poco incline alla guerra e dedita alla coltivazione dei campi. La città subì nel corso dei secoli differenti dominazioni, prime fra tutte quella dei Greci, dai quali abbiamo ereditato sicuramente la particolare cantilena nel parlare, l’avversione al delitto e alla violenza gratuita, la preferenza per l’azione singola su quella associativa. Per sua grande sventura Hybla era esposta logisticamente tra le due grandi potenze di Siracusa e Kamarina, quindi al centro delle grandi battaglie che insanguinarono la storia al tempo delle prime guerre puniche. Passò quindi dalle mani dei Greci a quelle dei Romani, che la impoverirono, ancora dai bizantini in continua lotta con barbari, franchi e saraceni (uno dei periodi più bui della nostra storia), Fortunatamente, nell’866, Ibla fu assoggettata agli Arabi, benchè la conquista dei territori non fosse stata inizialmente gradita alla nostra gente, fu grazie a loro che rifiorirono le arti, la cultura ed il commercio, ad Hybla come in tutta la Sicilia. Fu poi la volta dei Normanni, che amarono la nostra terra quasi fosse la loro casa. Pare che il popolo ibleo non avesse mai opposto valida resistenza alle invasioni, tendenza che non abbiamo perso nei secoli. Solo coi Francesi, nel 1282 nella rivolta detta dei Vespri Siciliani, il terribile grido “Mora, mora” (muori muori) risuonò anche tra le strade nella nostra città.

traccia 6 - la regina di Cipro
Un antica leggenda, risalente all’anno 1000, parla della Regina di Cipro, bellissima e potente che, innamoratasi di un uomo, pregò il Padre, il conte Ruggero, perchè gli consentisse di non andare in sposa al re al quale era stata promessa. Vistosi negata la preghiera, ella fece costruire ad Ibla il monastero di S. Maria Valverde e vi si rinchiuse dentro per tutto il resto della sua vita. Volle persino che il suo corpo fosse seppellito nella chiesetta annessa al monastero. Nei secoli si tramanda che chi soffra di un amore infelice, entrando nella Chiesa di S. Tommaso, sorta sui resti dell’antica chiesetta del monastero, possa trovare conforto alle sue pene, quasi che una dolcissima mano di mamma carezzasse il suo cuore.

traccia 8/9 - Enrico IV e la corona di ferro/Veglia funebre per il conte Guglielmo
Enrico VI del Sacro Romano Impero (novembre 1165 - 28 settembre 1197) fu Re di Germania 1190-1197, e Sacro Romano Imperatore 1191-1197.
Enrico VI era figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna. Nel 1185 sposa Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia.
Nel 1189, con la morte di Guglielmo II, Enrico VI rivendica il trono di Sicilia, in quanto Costanza ne è la legittima erede, ma i nobili siciliani guidati da Tancredi di Lecce gli si oppongono.
Enrico VI scese in Italia nel 1191 per essere incoronato da Papa Celestino III, che dovette acconsentire. Enrico durante l'incoronazione fu arrogante e villano: salì gli scalini a testa alta, giunto alla presenza del Papa, non si inginocchiò, non resse le briglie a Celestino III dicendo che era l'imperatore, non uno scudiero, prese per sè il posto d'onore e quando si sedette per essere incoronato si mise la corona in testa.
Dopo l'incoronazione scese nel sud per conquistare il regno di Sicilia, ma un'epidemia di peste lo costrinse a tornare in Germania, che trovò in preda alla rivolta feudale, soffocata in un bagno di sangue nel 1194. Nello stesso anno ridiscese in Italia riuscendo a piegare facilmente la resistenza e a conquistare il Regno di Sicilia, dove Sibilla, reggente di Guglielmo III di Sicilia, fece atto di sottomissione e si arrese al vincitore.
Nonostante la facilità con cui si era annesso il Regno di Sicilia, Enrico VI usò atroci crudeltà contro laici ed ecclesiastici, accusandoli di congiura e suppliziandoli barbaramente. Fece portare il piccolo Guglielmo in Germania, mentre la madre e le sorelle vennero incarcerate in Alsazia, anche lo zio di Guglielmo, il Conte Riccardo d'Acerra, reduce dalla crociata venne imprigionato.
Nel 1196 scoppiò una rivolta capitanata da Giordano, un nobile, forse amico di Costanza. La rivolta venne soffocata nel sangue e a Giordano conficcata in testa una corona di ferro irta di chiodi. Nel 1197 scoppiò un'altra rivolta e Enrico calcò la mano e ordinò sanguinose repressioni, esecuzioni di massa, e i carnefici ebbero un gran da fare impiccando, bruciando e accecando i rivoltosi.
Durante l'assedio di Castrogiovanni, Enrico morì nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1197, per il riacutizzarsi di un infezione intestinale, forse in seguito a un avvelenamento da parte della moglie Costanza.

traccia 10 - La principessa triste
Ai piedi della scalinata di San Giorgio, appoggiata alla maestosa ringhiera, riposava una donna dai capelli lunghi e bianchi; da circa un anno la donna era comparsa ad Ibla e nessuno sapeva da dove fosse venuta nè quanto si sarebbe fermata. Qualcuno aveva fatto delle domande alla donna, ma aveva ricevuto in risposta solo un sorriso che ad alcuni era sembrato contenere il calore dell’estate, ad altri aveva invece ricordato il freddo dei ghiacciai del nord. Don Neli u quartararu, che molto aveva viaggiato, giurava che la donna fosse la baronessa di Palermo, cacciata dal marito perchè con occhi di fuoco aveva sorriso ad un soldato garibaldino; v’era chi sosteneva che si trattasse di una madre saracena, che cento anni prima aveva visto partire per la sicilia il suo unico figlio e dopo aver atteso era partita alla ricerca. Una sera di Dicembre la donna, all’improvviso scomparve. Molti anni dopo giunse ad Ibla un cantastorie e narrò la storia di una principessa: il re d’Inghilterra le aveva offerto il comando dei mari ma aveva avuto solo un rifiuto; stessa sorte aveva avuto il re di Spagna che s’era visto rifiutare i domini d’America e tre caravelle colme d’oro. Alla principessa interessava solo l’amore di un uomo; un pescatore di Ognina la illuse, ma il giorno in cui arpionò un delfino ella lo lasciò; trovò un giorno un pastore sardo che amava le sue pecore e cantava alla luna ma si trovò ancora sola, al pastore non interessavano la danza e la poesia. Alla fine ella non ebbe più voglia di continuare nella ricerca e si fermò per un anno in un paesino arroccato su un colle. Lì si lasciò andare a lacrime liberatrici.

tracce 11,12,14,16.17,18
I Chiaramonte legarono il loro destino a quello della contea per ben 93 anni (dal 1300 al 1392). Con poche eccezioni furono una dinastia di uomini generosi, coraggiosi fino alla temerarietà ed innamorati nella nostra Ibla. Correva l’anno 1300 quando Manfredi riunì le due signorie di Modica e Ragusa in un unico feudo. Gli succedette Giovanni che purtroppo, causa una grave offesa inflittagli dal conte Ventimiglia, non potè occuparsi del destino della contea, impegnato com’era con la sua vendetta personale. Il quarto conte fu Simone che, avvelenato da una diatriba contro la famiglia degli Alagona, trascorse buona parte del suo tempo da guerrafondaio, sua moglie Venezia passo i suoi anni migliori ad attendere invano lo sposo. L’ultimo dei Chiaramonte, Andrea, unico patriota siciliano ad essersi opposto agli Spagnoli, venne condannato a morte. La sua testa venne esposta in una gabbia di ferro affisa alla facciata dello Steri ed il popolo palermitano, dimentico della elargizioni di grano che periodicamente Andrea distribuiva, ironizzava sul fatto che la testa era salita in alto ed il corpo era stato seppellito. La fine dei Chiaramonte lasciò nell’animo dei ragusani un profondo rimpianto, in nessun modo infatti i Chiaramonte avevano vessato l’amato popolo ragusano, ed anzi, in diverse occasioni, avevano speso enormi ricchezze per migliorare l’aspetto della loro città.

traccia 15 - Giovinastro e Lucsia
“una sera percorrevo la salita Specula alla ricerca delle emozioni di Gianbattista Odierna che proprio su quella salita aveva montato il suo telescopio (specula, appunto) per studiare le stelle, cercavo di sentire le tracce del suo passaggio, del suo urlare di gioia quando si accorse di aver scoperto una nuova stella ma sentivo solo un lontano misterioso sgocciolio di fontana e mi sovvenne che nello stesso punto, anni prima, Giovanni Occhipinti e Giuseppe Bonaviri avevano avvertito lo stesso rumore d’acqua, come di una misteriosa presenza che cercasse di materializzarsi, Occhipinti intuì che si trattasse dei due infelici amanti, Giovinastro e Lucsìa che secondo la leggenda proprio nella salia Specula avevano posto fine ai loro giorni. La presenza della fontanella, o quel misterioso ticchettare dell’acqua, mi avevano fatto rivivere per un attimo quella scena fatta d’amore e di infelicità, di passione e struggente bellezza.

traccia 13 - Un genitore afflitto
Il testo della canzone è tratto dall’epigrafe incisa su una lapide posta sopra la tomba di un bambino; tale epigrafe, detta di Aithales, è venata da una non ancora rassegnata sottomissione ai voleri di Dio ed è una fra le più dolci espressioni di dolore dell’antichità, uno spaccato dolcissimo che annulla migliaia di anni e ci riporta al dolore di quel genitore, rimasto scolpito nella pietra, e ci fa amare la nostra terra, capace di infinita sofferenza e di immenso amore.

traccia 20 - Bernardo Cabrera
Alla famiglia Chiaramonte, nella Contea di Modica successe un altro nobile casato: quello di Cabrera, ilcui capostipite fu Bernardo. Più che per le imprese gloriose da lui condotte o per le altissime cariche ricoperte, Bernardo è passato alla storia per l’ambizioso sogno di diventare re di Sicilia, sposando la vedova del suo re, la bella Bianca di Navarra.

tracce 21,22 - La cospirazione contro i Giudei/La Caccia
Nel 1474, Modica fu teatro di un orribile delitto, consumato all’insegna dell’odio di razza, in cui trovarono orribile morte 360 esseri umani, tra uomini, donne, vecchi e bambini, colpevoli soltanto di appartenere alla razza ebraica.

traccia 23 - Gian Battista Odierna
Nacque a Ibla, a due passi dalla chiesta del Purgatorio; scendendo per la vallata del Fiumicello è ancora possibile vedere i resti dell’antica chiesetta dello Spirito Santo, crollata alla fine del secolo scorso; dietro quei ruderi, dalla parte del monte, esiste ancora qualche pietra di una casetta, tradizionalmente considerata la casa natale di G.B. Odierna. Nel 1618, giovanissimo ottenne di abitare in una cella ricavata nel campanile della chiesa di San Nicolò (ora S. Giorgio) e di porre nel cupolino la sua specola per osservare il cielo. Nello stesso anno il 12 Dicembre scoprì tre nuove comete che furono contemporaneamente osservate dai più grandi astronomi del mondo. Nel 1622 prese gli ordini sacerdotali. Scrisse in Italiano e Latino sugli argomenti più disparati: le stelle, i fiori, il miele, le api, gli occhi delle mosche, le antenne delle formiche, le nuvole. Compose un calendario astrologico e secondo alcuni arrivò a prevedere il terremoto del 1693. Morì a Palma nel 1660.

traccia 24 - Il terremoto
La sera del 9 Gennaio 1693, mentre le case ad una ad una si spegnevano per il meritato riposo notturno, un insolito rumorio, e un rombo come di tuono lontano, si propagarano con inaudita potenza. Pazzi di paura, a migliaia gli abitanti di Ibla si riversarono nelle strade; dura fu la notte passato all’addiaccio, poi, come Dio volle, spuntò l’alba. Tremenda era stata la paura ma nessuno era rimasto seriamente ferito. A poco a poco la città tornò alla normalità. Verso le cinque del pomeriggio di domenica 11 Gennaio, la gente passeggiava per il corso commentando la grande paura. L’aria misteriosamente immobile, o l’abbaiare dei cani, o il cielo tragicamente cupo avrebbero dovuto allarmare qualcuno; al contrario la gente parlava e rideva e ringraziava il Signore; e iniziò nuovamente a tremare la terra, ma stavolta con ben più lunghi e violenti sussulti. Quandò la terra cessò di tremare 5000 furono i morti (su 10.000 abitanti), la magnifica Ibla Medievale delle 28 chiese e dei 22 palazzi nobiliari, del poderoso gigantesco castello non esisteva più.